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The Great Ride

The Great Ride, cinquecentosessanta chilometri da Milano a Cortina

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nicola

Il viaggio in bici ideato da Fondazione Cortina verso le Olimpiadi invernali del 2026 ha portato 547 ciclisti attraverso Lombardia e Veneto. Fruscio ha lavorato sul percorso: tracce, luoghi, guida ai territori e segnaletica.

Ci sono modi molto diversi di raccontare la strada verso un’Olimpiade. Fondazione Cortina ne ha scelto uno insolito: non una gara, ma un viaggio in bicicletta tra le eccellenze di Lombardia e Veneto, da Milano fino alla conca ampezzana. Si chiamava The Great Ride, alla prima edizione, ed era un format self-supported aperto a gravel, MTB ed e-bike, su circa 560 chilometri. Nessuna classifica, nessun mezzo al seguito: ogni partecipante con il proprio GPS, le proprie borse e i propri tempi.

Un evento così, alla prima edizione, porta con sé un rischio preciso. È il rischio di un percorso che sulla carta funziona e sul terreno no: il bivio che non si vede, lo sterrato che dopo la pioggia diventa impraticabile, la sosta che si rivela una delusione. In un viaggio self-supported quel rischio pesa ancora di più, perché nessuno guida il gruppo. La qualità dell’esperienza dipende quasi tutta da ciò che è stato deciso prima della partenza.

Il lavoro sul percorso

L’evento è stato ideato da Fondazione Cortina insieme a It Takes Two e OMNIA comunicazione ed eventi. Fruscio è entrato nel progetto come partner tecnico-editoriale, con un compito che si può riassumere in una frase: fare in modo che il percorso fosse all’altezza del racconto.

Il lavoro ha riguardato tre ambiti. Il primo sono state le tracce quotidiane e la scelta dei luoghi di passaggio. Il secondo, una guida ai territori attraversati, pensata per far capire al rider dove stava pedalando: che quel borgo ha una storia, che quella cantina produce un vino con un nome preciso, che quella salita ha un perché. Il terzo è stata la segnaletica, con bandiere e cartelli nei punti chiave. È il momento in cui l’evento diventa visibile sul territorio: orienta chi pedala e dice a chi vive lungo il percorso che sta passando qualcosa di importante.

«È pedalando che si impara meglio il profilo di un paese, perché devi sudare per le salite e puoi scendere a ruota libera.»

— Ernest Hemingway, Padri e figli, 1933

Tre partenze, un solo arrivo

La complessità stava anche nella struttura. Le partenze erano tre e scaglionate: Milano, dal Parco Sempione, l’11 settembre; Verona il 12; Treviso il 13. L’arrivo era unico, a Cortina. Tracce diverse dovevano quindi convergere, le soste andavano coordinate con borghi, cantine e strutture, e la segnaletica doveva funzionare per chi arrivava da direzioni differenti.

Lungo la strada i partecipanti hanno attraversato la pianura lombarda, la Valpolicella con le sue cantine e i suoi terrazzamenti, con una sosta all’Azienda Agricola Zýmē, poi la Marca trevigiana, la Bottega Pinarello di Villorba, Asolo e Castelfranco Veneto, prima di risalire verso le Dolomiti. È il Nord Italia visto a velocità di bicicletta: un paesaggio che dal finestrino scorre e che in sella si legge, salita dopo salita. E l’arrivo a Cortina, che aveva ospitato i Giochi del 1956 e si preparava a ospitarli di nuovo, legava la memoria sportiva della conca al suo futuro.

Cosa dicono i numeri

Il bilancio ufficiale della Fondazione parla di 547 iscritti da 50 province italiane, con partecipanti arrivati anche da Germania, Olanda, Austria, Svizzera, Belgio, Brasile e Sudafrica. L’età andava dai 22 ai 70 anni e le donne erano il 30%. Lungo il percorso, racconta la Fondazione, molti albergatori si sono detti sorpresi dall’affluenza e dalle prenotazioni generate dall’evento. Il presidente Stefano Longo ha letto l’esperienza come un impegno a «valorizzare il territorio» attraverso occasioni capaci di unire «sport, natura e comunità».

Attorno all’evento si è raccolto un parterre di partner di primo piano, da Gruppo Cassa Centrale a Pinarello, da Sportful a Sidi e Selle Italia, insieme ai consorzi della Valpolicella e del Prosecco DOC, con il sostegno di Regione del Veneto, Provincia di Belluno e dei Comuni di Cortina d’Ampezzo e Milano. Il format è stato confermato per il 2026 sulle direttrici Verona–Cortina e Treviso–Cortina.

Perché il percorso è il prodotto

In un viaggio self-supported il percorso non è lo sfondo dell’evento: è l’evento. Non ci sono gruppi guidati che correggono un errore di direzione, né mezzi che recuperano chi ha sbagliato strada. Ogni rider è solo con il proprio navigatore, e ogni decisione presa a tavolino si traduce in chilometri reali. Una traccia ben costruita evita le strade trafficate, i tratti impraticabili e le deviazioni inutili. Una buona guida trasforma una sequenza di chilometri in un viaggio che ha un senso. E la segnaletica, oltre a orientare, diventa lo sfondo naturale delle foto che i partecipanti condividono ogni sera: il modo più spontaneo con cui un evento si racconta da solo.

Il mestiere che non si vede

Lavorare per l’evento di qualcun altro richiede un’attitudine diversa da quella che serve per organizzare il proprio. Il lavoro deve essere preciso e, per molti versi, invisibile: il rider non deve accorgersi di chi ha verificato un bivio o scelto un passaggio invece di un altro. Deve solo trovare la strada giusta e una sosta che vale la pena.

È il metodo che Fruscio applica ai propri eventi e che mette a disposizione di chi organizza: progettare con anticipo, verificare sul terreno, raccontare i luoghi. Un evento premium vive di dettagli che il partecipante non vede, e The Great Ride ne è stata la prova.

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