Un weekend di bikepacking ad anello sull’Altopiano di Asiago, in completa autonomia: 25 ciclisti, le borse sulla bici e una cena di montagna in quota.
L’Altopiano dei Sette Comuni ha tutto quello che il bikepacking cerca. È un grande pianoro tra i mille e i duemila metri, coperto di boschi, pascoli e malghe, e attraversato da una rete di strade bianche dall’origine precisa. Molte sono le strade militari aperte durante la Prima guerra mondiale, quando l’Altopiano fu attraversato dal fronte e teatro della Strafexpedition del 1916. Oggi quella rete di sterrati, mulattiere e rotabili forestali permette di attraversare l’Altopiano da un capo all’altro quasi senza toccare l’asfalto, tra trincee, cimiteri di guerra e punti panoramici. È anche la terra di Mario Rigoni Stern, e pedalare qui significa attraversare i luoghi dei suoi libri.
Mancava un’occasione per farlo scoprire in questa chiave. Altopiano Loop è nato per questo.
Tutto sulla bici
Il format è quello del bikepacking puro: un weekend in completa autonomia, con l’equipaggiamento caricato in borse da telaio, sottosella e manubrio. Il primo giorno ritrovo ad Asiago per il briefing tecnico, poi strade secondarie e sterrati tra malghe e radure, con lo sguardo che corre verso le Piccole Dolomiti e, nelle giornate limpide, fino alla pianura. In serata la salita al rifugio, una cena tipica di montagna e la notte in quota. Il giorno dopo il rientro chiudeva l’anello. Il programma lo riassumeva in tre parole: spirito essenziale, leggero, libero.
«In ogni passeggiata nella natura si riceve molto più di quanto si cerca.»
— John Muir, 1877
Una notte che vale per il territorio
Nel bikepacking non si torna alla base la sera: il viaggio continua il giorno dopo. Per un territorio questo ha una conseguenza concreta, perché ogni partecipante ha bisogno di un letto, di una cena e di una colazione. Altopiano Loop è stato costruito attorno a questa idea. La notte in rifugio non era un accessorio ma il centro dell’esperienza: porta presenze in una struttura che altrimenti vedrebbe solo escursionisti di passaggio e le fa conoscere un tipo di ospite che potrà accogliere anche in altre occasioni.
L’autonomia, però, richiede preparazione. Per questo la comunicazione è stata chiara fin dall’inizio: il format era pensato per ciclisti allenati, con una MTB o una gravel in ottime condizioni e l’abitudine alle distanze medio-lunghe su fondo misto. Non era una chiusura, ma una forma di rispetto per i partecipanti e per l’evento. Il briefing alla partenza ha completato il lavoro: percorso, punti critici, meteo, numeri di emergenza e regole per il rifugio, tutto spiegato prima di mettersi in sella.
Il ritmo di chi viaggia
Chi ha partecipato racconta un ritmo diverso da quello di un evento in giornata. Non c’è un arrivo da raggiungere entro un orario, ma una sera da guadagnarsi. Le soste si fanno dove il paesaggio lo chiede, le salite si affrontano sapendo che in cima c’è un letto e una cena calda. È il fascino del bikepacking, e il motivo per cui sempre più ciclisti lo scelgono come forma di vacanza: viaggiare leggeri, dipendere solo dalle proprie gambe e conoscere un territorio a una velocità che permette di vederlo davvero.
Una traccia che resta
All’edizione hanno partecipato 25 ciclisti. Il numero è piccolo per scelta, perché il bikepacking non è un evento di massa. Ma un evento di bikepacking lascia una traccia che resta sul territorio anche dopo il weekend: un itinerario che altri potranno ripercorrere e una rete di strutture che ha imparato ad accogliere chi viaggia in bici. È lo stesso modello che nel Lazio ha trasformato il Trail dei Papi in un percorso permanente.
Vuoi trasformare il tuo territorio in una destinazione bikepacking? Parliamone.
